Oggi in conferenza stampa: "No alla manipolazione intellettuale" - Guarda il video
Così Mou è diventato l’allenatore con lo spin doctor incorporato
Siccome neanche Luciano Spalletti è un pirla, domenica sera, dopo Inter-Roma, saltava da una rete televisiva all’altra smoccolando che “qui ci prendono anche per il culo”, e che bisognerebbe vietare ai tesserati di parlare degli arbitri, perché altrimenti finisce che “chi non attacca l’arbitro fa la figura del coglione”. Il mister di Certaldo è filosofo pure lui, e anche se non lo dice lo pensa. Guarda il video della conferenza stampa - Leggi Io sono il film

L’Inter ha giocato peggio e si è guadagnata un rigore dubbio. Cronisti e commentatori avevano l’acquolina in bocca, pronti ad azzannare il portoghese. E Mourinho che fa? “L’arbitro? Male come noi, nel terzo gol della Roma c’era fallo sul povero Cambiasso, che ha troppo fair-play per lamentarsi”. E anche: “Maluccio noi, ma la Roma è stata peggio: se avesse giocato bene avrebbe stravinto questa partita”. Risultato: a parte Giampiero Mughini, che nella notte dell’informazione sportiva è l’unico che tiene il lume della ragione acceso, tutti gli altri, da Sky a Mediaset, dalla Rai ai colleghi della carta stampata, hanno abboccato al sofisma capzioso del filosofo portoghese. L’incazzatura di Spalletti è caduta dal dibattito, così come la brutta partita dell’Inter. Si parlava del fallo su Cambiasso e di quanto avesse sprecato l’occasione la Roma. Ribaltare una situazione difficile e trasformare la debolezza in un’arma a proprio vantaggio è un’arte. Come nascondere i fatti se non stanno dalla propria parte e indurre gli interlocutori a guardare le cose, quantomeno, da un altro punto di vista: il tuo.
Quando era al Chelsea, Mou faceva impazzire la stampa inglese perché trattava esattamente come per decenni l’aveva trattata Tony Blair: con l’abilità di uno spin doctor nato. Ora che è in Italia, fa la stessa cosa, ma non tutti si sono ancora abituati e masticano amaro. Persino un giornale dell’opposizione, qualche tempo fa, ha dovuto rosicare: “Mourinho è antipatico. Per definizione. Perché guadagna troppo, perché è arrivato a bordo della sua tracotanza. Perché è figo. Perché sa usare i mass media come nessun altro. Forse solo come Silvio Berlusconi. E come Berlusconi sa far girare i riflettori a proprio piacimento”. In verità il sacro tabù, il parallelo tra José Mourinho e Silvio Berlusconi, quasi nessuno ha avuto finora il coraggio di violarlo. E non solo per rispetto del Milan. E’ che una spassionata analisi dei loro modelli comunicativi costringerebbe più d’uno a fare marcia indietro su certi radicati pregiudizi: Mourinho non è un genio del Male, un persuasore occulto, è soltanto uno che trova molto noioso un certo modo di fare il giornalismo. Anche perché, come aveva detto appena arrivato in Italia, “studio l’italiano cinque ore al giorno da molti mesi per riuscire a comunicare con giocatori, giornalisti e tifosi”, e dunque pretenderebbe dagli altri un minimo di senso delle cose e di rapidità di reazione in più.
Ad esempio, la conferenza stampa prima del derby di febbraio. Prima domanda di un cronista. “Maicon giocherà dal primo minuto?”. Prima risposta: “Ho una proposta per voi: io vi dico la squadra, formazione, modulo, tutto. Così finiamo e andiamo a tutti a casa”. Risatine inebetite dei cronisti. “Perché se le domande sono queste, andiamo a casa prima a mangiare, abbiamo più tempo libero. Sì o no?”. Dalle risatine ai mugugni. “Tre minuti per decidere, votate. Non è un problema; o decida il più anziano”. Del resto Aldo Grasso l’aveva già capito mesi fa: “Ma dove sono finiti i giornalisti sportivi?”, s’era chiesto: “Mourinho è uno che ha capito subito come funzionano i media in Italia: da questo punto di vista è special one”.